sottoscritto da studiosi e studiose di

Filosofia del diritto e Sociologia del diritto

Riteniamo che la proposta di riduzione del numero dei parlamentari, quale taglio lineare, sia l’espressione più trasparente del qualunquismo populista.

Il taglio è del tutto separato, peraltro, sia da una legge elettorale che consenta un’effettiva scelta dei rappresentanti fuori da logiche che rischiano di essere sempre più oligarchiche sia da un eventuale disegno di riforma costituzionale di sistema, sul quale eventualmente confrontarsi in modo rigoroso.

La proposta, oggetto del referendum costituzionale del 20-21 settembre, fa leva, in superficie, su un istinto e, in profondità, su una precisa visione culturale.

L’istinto, trasversale e atavico, è quello della cosiddetta “anti-politica”. La riduzione rappresenta infatti, agli occhi di molti, un atto da supportare semplicemente perché rivolto contro la “classe politica”.

Assecondare un tale istinto equivale ad alimentare quella cultura anti-istituzionale, in senso ampio, che sta progressivamente lacerando il tessuto civico del nostro Paese.

La visione culturale che sostiene il taglio dei parlamentari consiste, invece, nell’avversione nei confronti della mediazione quale esito continuo di un sano processo democratico alimentato dal conflitto tra interessi e posizioni diversi.

Un processo che, al contrario, avrebbe bisogno di essere sostenuto favorendo forme di nuova partecipazione e di cittadinanza attiva, nonché pratiche di deliberazione frutto di discussione in ogni sfera sociale.

Il taglio drastico del numero dei parlamentari è invece l’incarnazione della deriva che ha condotto alla delegittimazione del Parlamento, di tutte le strutture sociali intermedie (partiti, sindacati, ecc.) e dei luoghi in cui si elabora il sapere (scuola e università), volti a garantire momenti di confronto e deliberazione nel rispetto del pluralismo.

Essendo convinti e convinte che, a tutela dello Stato democratico costituzionale, sia necessario opporsi a tale istinto e a tale visione, intendiamo votare NO al prossimo referendum.

La posta in gioco è il senso stesso della democrazia costituzionale, quale faticosa, e allo stesso tempo preziosa, forma di riconoscimento e valorizzazione di una pluralità di istanze in vista del perseguimento di un interesse autenticamente generale.

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